possibile un’altra economia in un’Italia più identitaria di Graziano Delrio Corriere 20 maggio 2017


L’ Italia, ma più in generale il mondo occidentale, si trova ad affrontare una grande crisi. Se fino ad alcuni anni fa potevamo pensare di essere di fronte a un normale ciclo congiunturale, col passare del tempo appare sempre più evidente che stiamo vivendo una crisi più ampia, strutturale e culturale. Il modello economico del capitalismo è entrato in profonda difficoltà: finanziarizzazione dell’economia, sgretolamento dell’etica del capitalismo, aumento delle disuguaglianze, blocco dell’ascensore sociale. Aggiungiamo la incapacità di trovare risposte armoniche con la grande questione ambientale. Nulla di ciò può essere considerato attraente per chi ne paga il prezzo. Di conseguenza si indeboliscono anche le strutture sociali plasmate su di esso e le stesse categorie che avevano definito identità e punti di riferimento delle persone. Alla crisi del capitalismo si sta così accompagnando un allarmante malessere della democrazia e una crescente fragilità della sfera individuale.

Un approccio culturale di dominio e conquista del consumatore, del cittadino, dell’elettore, dei colleghi, del prossimo mostra il proprio limite. Con il capitalismo si dovrebbe ridiscutere anche un suo presupposto culturale: la relazione competitiva. La crisi che noi viviamo è dunque anche e soprattutto cedimento di un modello relazionale che purtroppo ha valorizzato meccanismi motivazionali fondati sulla competizione e sulla strumentalità dei rapporti in un gioco a somma zero (c’è chi vince e chi perde). Da molto tempo si sono evidenziati i limiti distruttivi di tale approccio relazionale, sottolineando come gli uomini abbiano la capacità di collaborare tra loro per raggiungere obiettivi comuni. Temi quali la lotta all’evasione fiscale, l’uguaglianza, la distribuzione dei redditi, la solidarietà, la lotta alla povertà sono impossibili da affrontare se non nell’ambito di un approccio culturale di tipo cooperativo e di un sistema solido di appartenenza alla propria comunità. Solo un mutamento culturale di questa natura può consentire di considerare i free riders come un problema, di affrontare le questioni dei paradisi fiscali, di riflettere sul rapporto tra finanza e salari, di individuare soluzioni nuove a bisogni di welfare radicalmente trasformati. Sotto questo profilo per fortuna sono numerose le esperienze che vanno in questa direzione. Emergono così iniziative che operano nell’interesse generale (il welfare, la sostenibilità, il trasporto, l’educazione, ecc.) tramite formule non necessariamente orientate al profitto quali no profit, imprese sociali, imprese benefit, welfare aziendale. Si stanno strutturando forme finanziarie di tipo non speculativo (finanza etica, finanza di impatto sociale), si sviluppano imprese di produzione innovativa di tipo collaborativo (sharing economy, economia delle soluzioni, economia circolare, economia collaborativa). L’introduzione della tecnologia (da Iot alla stampa in 4D) ha modificato le relazioni tra produttori e consumatori confondendone persino i ruoli (prosumer).

Se si ristrutturano i paradigmi produttivi del capitalismo, occorre necessariamente ridefinire anche le politiche pubbliche che su quelli si sono costituite. Significa ipotizzare nuove e più aperte forme di soluzione dei problemi collettivi riportando al centro del rapporto tra società ed economia i bisogni delle persone e la questione ambientale; significa superare la dicotomia tra alcune tradizionali contrapposizioni, come sviluppo e sostenibilità. Significa riportare al centro degli investimenti pubblici la questione del lavoro oltre a quella tecnologica. Penso si collochi su questo terreno la sfida per una sinistra moderna, capace di misurarsi con i problemi del «mondo nuovo» senza cedimenti al mainstream protezionista e populista.

E l’Italia? Proprio in una fase di globalizzazione, dove tutto pare diluito in un grande grigio indistinto e uniforme, il riconoscimento di prossimità può fare la differenza. L’Italia deve ritrovare le sue radici e la sua identità di Patria nei valori che affondano nel Risorgimento e nella Resistenza. Ma l’Italia può anche contare sul valore identitario delle sue cento città, sulla forza di un policentrismo che ha evitato le banlieue al nostro Paese. Senza identità forte siamo tutti più fragili.

La democrazia stessa si fonda su questa identità. Solo quando ci sentiamo di appartenere a una comunità riusciamo a rappresentare e a farci rappresentare con fiducia reciproca. Partecipazione, civismo, coinvolgimento, fiducia, lealtà sono processi attivabili solo quando gli individui si sentono parte attiva di un gruppo. Quando al contrario i cittadini si sentono meri clienti di un servizio, la democrazia entra in crisi perché mutano i valori fondanti della relazione. Non serve democrazia tra cliente e fornitore. Serve democrazia fra cittadini che aspirano a costruire insieme la casa comune.

Graziano Delrio – Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti

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