MUNCHAU – CRITICHE PERICOLOSE


La Germania e la Bce_Critiche pericolose

Chi usa espressioni come «tassi punitivi» o «redistribuzione» mina la forza dell’euro. Con questi eccessi verbali distruggiamo le fondamenta dell’unione monetaria

di Wolfgang Münchau 30 marzo 2016

 

Quando per 25 anni si sparla dell’Unione Europea e si diffondono menzogne, come accade in Gran Bretagna, non stupisce che diventi imminente un referendum sull’appartenenza all’Unione. Neanche i sostenitori dell’Europa sono riusciti a sottrarsi alla violenza verbale. Ormai sono venute a mancare loro le parole per esprimere il legame con l’Europa.

La Germania ha un rapporto diverso con l’Unione Europea. Ciò nondimeno, il modo in cui in Germania ci si lamenta dell’euro e delle sue istituzioni presenta dei parallelismi. Naturalmente si possono criticare le decisioni di politica monetaria della Bce, ma ormai la maniera in cui si scrive e si parla della Bce in Germania appare pericolosa. Si è infatti instaurata una sorta di disaffezione, come quella che ha scombussolato la Gran Bretagna negli anni Novanta.

Un esempio dello sbandamento verbale è l’espressione «tassi punitivi» che in Germania — senza riflettere troppo — si usa ormai quasi come definizione ufficiale per i tassi d’interesse negativi. Un tasso negativo non equivale a un tasso punitivo così come l’imposta sul reddito non è un’imposta punitiva. E la stampa non diffonde menzogne, anche se non sempre dice la verità. In tedesco, contrariamente ad altre lingue, esiste la possibilità di costruire parole composte e quindi di creare neologismi legati ad emozioni. Spesso espressioni di questo tipo, come appunto il «tasso punitivo», acquistano vita propria. In quel caso bisogna stare maledettamente attenti. In italiano, inglese o francese sarebbe impossibile diffamare sottilmente una banca centrale con una sola parola.

Il problema del «tasso punitivo» tuttavia non è solo verbale. Anche sul piano del contenuto, chi utilizza questo termine sottace la fondamentale differenza che esiste tra un tasso reale e uno nominale. Suppongo che i giornalisti e naturalmente anche gli economisti, pur conoscendo questa differenza, evitino consapevolmente di menzionarla. Qualsiasi sindacalista la conosce. I sindacati chiedono infatti aumenti di salario superiori al tasso d’inflazione, con l’intento di aumentare il potere d’acquisto dei loro associati. Lo stesso vale per i tassi d’interesse. Se sia l’inflazione che il tasso d’interesse sono al 2%, il tasso reale è pari a zero. E resta zero anche con l’inflazione e gli interessi a -0,2%. Per il risparmiatore non cambia nulla. Il potere d’acquisto del denaro resta in entrambi i casi invariato, né superiore né inferiore. E poiché gli interessi sul risparmio di solito non scendono sotto lo zero, attualmente il tasso reale per il risparmiatore è addirittura ancora positivo.

Si può discutere dei pro e contro dei tassi negativi sui depositi delle banche presso la banca centrale. Io stesso ho i miei dubbi in proposito. Gli interessi ne riducono i margini di profitto, ma questa riduzione è in parte compensata da una generosa iniezione di liquidità. Infatti, con tassi negativi le banche si possono rapidamente rifinanziare, recuperando i propri margini. Si può anche discutere fino a che punto sia utile il programma di acquisto di obbligazioni. Ma si tratta di un dibattito piuttosto tecnico. Non stiamo parlando di guerra o pace. Né di un esproprio, come viene rappresentato in Germania. Si tratta invece di stabilire con quali strumenti si possa ritornare in maniera credibile a un obiettivo d’inflazione intorno al 2%, dopo che lo si è mancato per tre anni di fila.

Anche su questo punto, il dibattito tedesco è pieno di ipocrisia. Non è stato proprio il tedesco Otmar Issing a proporre l’attuale obiettivo d’inflazione, quando era capo economista della Bce? Non è logicamente possibile mancare un obiettivo in entrambe le direzioni, in momenti diversi, e dover agire di conseguenza? Gli economisti tedeschi hanno sbagliato le stime. Ricordiamo quindi: non era forse la Germania che durante i negoziati sui trattati di Maastricht insisteva sulla stabilità dei prezzi come obiettivo unico della politica monetaria? Allora si sosteneva che non ci dovevano essere obiettivi secondari. E ora invece gli ipocriti del Consiglio degli esperti e altri economisti tedeschi pretendono che la Bce tenga in maggior considerazione la stabilità finanziaria rispetto alla stabilità dei prezzi. È del tutto evidente che la Bce non può e non deve seguire questa raccomandazione. Chi usa espressioni come «tassi punitivi» o «redistribuzione» mina la forza dell’euro. Con questi eccessi verbali distruggiamo le fondamenta dell’unione monetaria e andremo a finire proprio dove si trovano ora gli inglesi.

 

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